Tre storie di copyright

Che il “Mondo del Copyright” sia impazzito da molto tempo è cosa nota. Adesso però gli Aventi Diritto stanno perpetrando tali e tanti abusi che nessuno può restare indifferente, perché i disastrosi effetti culturali ed economici - a cascata - si ripercuotono sull’intera collettività.

Iniziamo dalle web radio, che in Italia devono sottostare ad un contratto capestro stipulato con la SIAE. In breve le webradio italiane, commerciali e amatoriali, devono stipulare un contratto simile a quello delle radio tradizionali, con alcune peculiari varianti, p.es. che se anche la SIAE concede i diritti, i singoli Aventi Diritto possono per conto proprio revocarli in qualsiasi momento, senza che si possa pretendere alcun rimborso. In pratica si deve pagare la licenza, la quale può essere resa inutile, ma non può essere rimborsata. Intanto pagare, poi si vedrà. Complimenti.

Seconda storia, questa riguardante le radio tradizionali. La Federazione italiana dei discografici diffonde una sentenza della Cassazione che impone alle radio italiane di pagare loro anche i “diritti connessi”, oltre a quelli già versati alla SIAE. In estrema sintesi la SIAE riscuote i diritti per conto di Autori ed Editori, ma questi ultimi da ora riscuotono anche per conto proprio: non al posto della SIAE, ma in più. Si paga due volte.

Varcando i confini italici e spostandoci oltremanica arriviamo alla terza storia. Un ricercatore pubblica un articolo scientifico con una licenza Creative Commons che permette la diffusione, ma nega lo sfruttamento commerciale. L’editore di Oxford Journals lo ripropone sul proprio sito chiedendo soldi per il diritto alla ripubblicazione, violando palesemente i termini della licenza. Ecco dunque gli editori, pronti a seminare morte e distruzione se un libro fuori stampa viene fotocopiato, che se ne fottono del Sacro Diritto d’Autore quando appartiene ad altri.

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