Sono tutti birmani
Un giorno come gli altri accendi la tv e scopri che l’argomento del giorno è la rivolta dei monaci buddisti in Birmania contro la sanguinosa dittatura che governa il paese. Per intere settimane televisioni e giornali non parlano d’altro: il giorno prima non sapevi nemmeno che esistesse il Myanmar, il giorno dopo ti trovi travolto da un fiume di melassa sulla libertà, i diritti umani, ecc.
Poi vai a farti un giro su Wikipedia e apprendi che in Birmania c’è la dittatura dal 1962. Quindi da 45 anni, ma nessuno se l’era sentita di togliere spazio ai delitti di Novi Ligure, Cogne o Garlasco, alle primarie del Partito Democratico, al Grande Fratello e all’Isola dei Famosi. Almeno fino ad oggi.
Quando ti passa il rincoglionimento mediatico e riesci a tornare lucido per 30 secondi pensi che diritti umani e libertà sono temi con cui di solito si riempiono telegiornali e “Porta a Porta” (magari dopo una puntata sulle tette), ma dei quali importa poco o nulla a direttori e giornalisti. Di sicuro non importa nulla ai governi per i quali lavorano e che libertà e diritti umani li vanno semmai imponendo con la guerra e la tortura.
Poi finalmente leggi quello che sospettavi e che non avevi il coraggio di dire:
La Birmania siede su 19mila miliardi di piedi cubici di gas, e miliardi di barili di petrolio. Petrolio ad alto tenore di zolfo, che le raffinerie birmane non riescono a processare, e quindi rimane praticamente inutilizzato.
Ora sì che è tutto più chiaro e posso tornare ad ignorare il Myanmar, almeno fino a quando non diventerà anche lui un importatore di democrazia (e per i SUV occidentali ci sarà maggiore disponibilità di petrolio ad alto tenore di zolfo).



