L’articolo 21 della nostra Costituzione recita così:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
A pensarci bene però la libertà di espressione non è mai stata completamente garantita, se non formalmente almeno nella pratica. Giornali e - soprattutto - televisioni sono sempre stati nelle mani di pochi con grandi mezzi economici, che naturalmente ne hanno sempre determinato l’orientamento a proprio vantaggio. E’ difficile che il giornalista abbia davvero libertà di opinione, o comunque la hanno quei giornalisti schierati sulle posizioni dell’editore. L’uomo comune dal canto suo può parlare in piazza quanto vuole alla ristretta platea degli astanti… non è di nessun fastidio.
I problemi iniziano nel momento in cui tutti, giornalisti indipendenti o liberi pensatori, possono avere un blog, dire, discutere, spiegare… il tutto ad un pubblico potenzialmente vasto quanto lo sono gli utenti di internet. Qui l’equilibrio muta e la libertà di espressione diviene meno formale e più effettiva. Non a caso, a mio avviso, le pretese “riforme di internet” a cui ultimamente mira con inusitato vigore il legislatore vanno tutte in una sola direzione: rendere la partecipazione ad internet sempre più onerosa. L’abbattimento della neutralità della rete, responsabilità penali per i webmaster, equiparazione dei blog alle testate giornalistiche, oneri sempre crescenti per gli ISP: tutto sembra tendere al punto in cui mantenere un sito internet dove esprimersi liberamente esca dalla portata dei più.
Alla fine chi può permettersi di pagare per avere priorità di traffico sufficiente? Chi può disporre di avvocati per far fronte ad eventuali cause penali? Chi può avere la struttura per ottemperare a farraginose leggi sulla privacy e sulla data retention? Sempre loro, i grandi editori. E il cerchio si chiude.