L’Italia è una Repubblica fondata sulla televisione. Finché la televisione sostituirà la coscienza degli italiani per questo paese disgraziato non c’è speranza. E dopo aver letto lo studio commissionato dall’Osservatorio Permanente sui Contenuti Digitali, il quale afferma che solo il 48% degli italiani usa internet (e solo il 14% lo fa attivamente!) la depressione prende il sopravvento.
In un passo dello studio si legge:
Sembra dunque che sia la discriminante culturale a permettere e orientare gli utenti verso un utilizzo attivo o passivo delle nuove tecnologie: la tecnologia di per sé costituisce uno strumento neutro. Più che di digital divide è quindi più corretto parlare di cultural divide tecnologico.
Quindi se il vero potere ai giorni nostri lo si esercita per mezzo della televisione, se internet è l’unico medium che la può scavalcare e se la cultura favorisce una migrazione verso internet, appare diabolicamente logico l’imbarbarimento culturale inseguito ossessivamente dalla televisione e quale ne sia il fine.
Mi preme osservare anche un’altra cosa. L’Osservatorio che ha commissionato lo studio fa riferimento alle major italiane dell’intrattenimento (FIMI, editori, ecc.). Lo studio afferma che solo il 15% della popolazione fa uso del P2P tanto inviso ai committenti e che i free downloader sono appena l’8% della popolazione. Si legge però anche che
Rispetto all’acquisto di contenuti culturali notiamo che l’acquisto “frequente” (più di 10 libri/DVD/CD) è un fenomeno purtroppo minoritario - con percentuali tra il 6% e il 9% della popolazione - e che nel nostro paese interessa il segmento della popolazione che si caratterizza per una più elevata fruizione di contenuti culturali e maggiore propensione tecnologica: gli Eclettici sono infatti gli alto-acquirenti (>10 unità) per eccellenza di CD musicali, DVD e libri.
Tradotto: le persone che utilizzano maggiormente il filesharing sono anche quelle che acquistano più contenuti. Una tesi da sempre sostenuta dagli anti-repressionisti, la cui veridicità è quindi nota anche ai persecutori. Appaiono quindi chiare due cose:
- le fantomatiche perdite miliardarie denunciate dai cinefonografici nostrani sono gonfiate e assolutamente non sostenute dai fatti, e comunque non causate dal filesharing;
- non è il rimedio alle “perdite” il vero obiettivo della repressione su internet.
Se un maggiore utilizzo del filesharing è accompagnato da maggiore propensione all’acquisto, l’obiettivo delle campagne di repressione potrebbe essere un altro: scoraggiare la consapevolezza e l’uso delle tecnologie per contrastare una potenziale emorragia di teledipendenti. Come si fa a non essere d’accordo con chi vuole soltanto salvaguardare l’occupazione nella povera industria dell’intrattenimento?
[via Punto Informatico]